Mar
23
2009

Progetto caritas BVA: aiuto alle famiglie in difficoltà per la crisi economica

1. L’assistenzialismo è la carità peggiore

Iniziamo da un brano del vangelo secondo Matteo – tratto dal discorso della montagna – dove Gesù dice con disarmante sincerità:

Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7,7-11).

Certo, qui si parla della preghiera e non dell’aiuto fraterno. Ma Gesù presenta l’agire di Dio verso gli uomini, sue creature, come modello e come sorgente di ogni altra forma di aiuto. Siccome Dio sa dare sempre la cosa giusta a chi lo invoca, anche i suoi figli devono imparare a fare altrettanto rispondendo alle richieste di aiuto che ricevono. Imparare a riconoscere ciò che è bene per gli altri non è impossibile, tanto è vero che lo sanno fare anche le persone più cattive e egoiste.

Ma ai discepoli non è chiesto solo di capire le giuste esigenze degli altri, separandole dai bisogni fasulli. A noi è chiesto molto di più: fare, dare la cosa giusta nel momento giusto. Per questo, subito dopo Gesù aggiunge:

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti” (Mt 7,12).

Prima di agire in aiuto a un fratello che grida nel bisogno, i discepoli devono riflettere e chiedersi: che cosa vorremmo dagli altri, se noi ci trovassimo proprio in quella situazione di bisogno in cui versa il fratello che sta davanti a me, insieme alla sua famiglia? Questo mettersi-al-posto-di si chiama empatia e è la base di ogni relazione vera e costruttiva.

Se io avessi perso il lavoro dall’oggi al domani”. “Se mio marito fosse finito in braccio agli usurai”. “Se tribolassi come un matto a avere ciò che è mio diritto: permesso di soggiorno, tesserino sanitario, scuola per i miei figli.” “Se fossi costretto a vivere con mia moglie in una camera ammobiliata – ammobiliata è una parola grossa: due brande, un armadio, 2 sedie sgangherate – per 300€ al mese“. Andate avanti voi con questo elenco così vero da essere interminabile. Ecco: come reagirei davanti a un volontario che, sorridendo, mi allunga un pacco di pasta? o che cosa penserei mentre sto in fila per ricevere un pacco di alimenti o di vestiti? Siamo sicuri che tutti ringrazierebbero dicendo: “piotost che grinta l’è meil piotost”? Perdonate la fesseria: se in quella fila ci fosse Gesù, ci direbbe che siamo peggio che i malvagi del suo tempo, perché siamo riusciti solo a dare un serpente a chi ci domandava un pesce. Perché l’assistenzialismo è un serpente velenoso, che uccide poco a poco sia gli assistiti, sia gli erogatori dei servizi solidali (è indifferente se erogati dalla Caritas, dal Comune, ecc.). Gli assistiti imparano in fretta che a sopravvivere senza dignità non si fa fatica e quindi rinunciano altrettanto rapidamente al loro sogno di vivere con umanità. Gli erogatori imparano altrettanto in fretta a sentirsi bravi e a misurare il loro livello di bravura in base a criteri quantitativi, che violano la dignità dei poveri (“io do cento borsine di viveri al giorno!” – io chi?) e la gratuità richiesta dal vangelo (“non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” – Mt 6,3).

Concludo questa prima parte citando le parole di uno dei nostri volontari, che ha scritto così:

Credo che l’assistenzialismo sia la carità peggiore. Credo che invece sia necessario cercare di arrivare alla radice dei problemi, se è possibile, e creare dei percorsi di recupero della dignità delle persone: solo a quel punto, anche l’aiuto economico ha un valore”.

2. Fondati sul lavoro

L’analisi dei dati proposta nella relazione precedente ci chiede di esplicitare alcune idee di fondo a cui si ispira il nostro progetto. La domanda “giusta” che ci viene rivolta dalla stragrande maggioranza delle persone e delle famiglie incontrate nel nostro centro di ascolto è: lavoro. È la domanda “giusta” da molti punti di vista. Li elenchiamo rapidamente.

1. La tradizione cristiana, che affonda le sue radici nella Bibbia ci ricorda che il lavoro non è una condanna, ma il modo che Dio ha scelto perché l’umanità sia compartecipe e corresponsabile della creazione: di continuarla, di custodirla, di migliorarla.

Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo” (Gen 1,28-29).

Dio ha dato dignità all’uomo, creandolo come sua immagine nel mondo. Gli ha dato i poteri da amministratore. Lo ha fatto maschio e femmina, perché l’umanità si realizza solo nella relazione con l’altro, con il diverso. Gli ha dato il lavoro come condizione quotidiana di vita perché in questo modo la sua dignità venga riconosciuta e si sparga nel mondo. Alla fine, gli comanda il riposo non come condizione forzata (per la mancanza di lavoro), ma come scelta: per fermarsi a riconoscere da dove viene il mondo e chi è che lo governa. Il lavoro è il cuore per capire chi è l’uomo e per ridargli dignità quando l’ha perduta. Ce lo ricorda anche Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem Exercens:

Il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo” (LE, 3).

2. La riflessione filosofica moderna – ad es. J.-J. Rousseau – vede nel lavoro lo strumento fondamentale per costruire e consolidare i legami sociali tra gli individui e per insegnare loro le virtù fondamentali del vivere in comunità: la dedizione agli altri, la sobrietà e lo spirito di sacrificio, il senso di responsabilità verso il mondo. Marx considerò il lavoro come un’arma a doppio taglio. Se vissuto in una società di uomini liberi e corresponsabili, il lavoro riconcilia l’uomo con l’umanità e con la natura. Se invece il lavoro è sfruttamento, produce disuguaglianze e ingiustizie a non finire. Nel ‘900 una filosofa-operaia francese, S. Weil mise in luce che solo i legami umani di solidarietà tra i lavoratori possono sottrarli a quella lenta e inesorabile atrofizzazione del pensiero e della volontà che il lavoro industriale porta con sé. Solo se gli esseri umani condividono la stessa miseria di lavoratori e si aiutano a pensare insieme, saranno artefici della loro liberazione e ritorneranno liberi. Altrimenti la routine e lo sfruttamento, li consumeranno fino a renderli burattini soli, isolati e inconsapevoli del loro destino. Teniamo conto anche della riflessione anglosassone, che sottolinea il valore che il lavoro rappresenta per l’individuo, in termini di dignità e identità. Come insegna la teoria dei bisogni di Maslow – utilizzata anche dalle coop sociali per individuare i percorsi di crescita delle persone svantaggiate – il lavoro può essere una fonte importante della crescita dell’autostima e del senso di autorealizzazione personale. Nel contesto culturale in cui stiamo vivendo, segnato dal primato dell’individuo sulla società, la valenza del fattore lavoro non sta solo e non tanto sul piano economico e sociale, ma soprattutto sul piano personale. Ciò spiega anche il senso di frustrazione e di vergogna che accompagna molte famiglie in questa delicata fase della crisi.

3. La nostra Costituzione recita nei suoi principi fondamentali:

Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Per noi italiani e per tutti quelli che vivono sul territorio della nostra Repubblica, il lavoro è più che un diritto: è il fondamento della nostra società; è la base di tutte le nostre relazioni pubbliche. Proprio perché è fondato sul lavoro, il nostro Stato, a sua volta, si impegna a tutelare i cittadini in quanto lavoratori, cioè a favorire la capacità di provvedere a se stessi e alla propria famiglia con il proprio lavoro. Questo è un tema caro all’illuminismo kantiano, di cui la nostra Costituzione è figlia: per essere intellettualmente liberi, occorre anche esserlo socialmente; per essere cittadini, non basta esserlo nominalmente, ma bisogna essere capaci di camminare con le proprie gambe. Il lavoro abilita a questa autonomia.

4. Infine, ma non ultimo per importanza, questo progetto si colloca nel solco del cristianesimo sociale italiano del secondo dopoguerra, che nella nostra parrocchia conserva radici profonde, per la testimonianza di alcuni parrocchiani che ne sono stati fondatori e portabandiera per alcuni decenni. Raccoglie la loro istanza socio-economica fondamentale, che considera il lavoro come una risorsa familiare e non meramente individuale. E coniuga questa linea di pensiero con l’amore preferenziale per i poveri, riconosciuti come fratelli e maestri di vita cristiana, quale è testimoniata dal cammino delle Case della Carità.

3. Linee principali del progetto

La crescente crisi economica espone sempre di più le famiglie al rischio crescente di indebitamento dovuto alla perdita del posto di lavoro da parte di uno degli adulti di casa. Di fatto, la crisi è arrivata a ondate, prima indebolendo il potere d’acquisto delle famiglie, poi aumentandone l’indebitamento, fino alla debacle della drastica riduzione del reddito famigliare, per fine contratto o licenziamento.

Questa situazione di progressivo e inarrestabile declino economico produce nelle famiglie (e anche al loro interno) un sentimento di vergogna e un susseguente stato di isolamento sociale, che finora è stato rotto rivolgendosi al parroco con la richiesta di aiuto, di accompagnamento e di sostegno alle loro difficoltà.

La situazione più problematica che si registra è la fatica di quasi tutte le famiglie (ivi comprese quelle maggiormente in difficoltà) a comprendere la gravità e la portata della attuale crisi economica. Anche per celare a se stesse lo stato di crisi, perseverano spesso nel cercare di mantenere immutato il proprio tenore di vita. La soluzione che viene cercata è paradossale e rischia di avere effetti devastanti: indebitarsi ancora di più – spesso facendo ricorso agli unici che fanno credito a soggetti non bancabili: gli strozzini legalizzati delle finanziarie – coltivando l’illusione di risanare prima o poi i propri debiti, con un lavoro che poi alla fine non si riesce a trovare. Il risultato è un suicidio finanziario in pochi mesi: ritardi nei pagamenti di uso corrente come le utenze; insolvenze nelle rate di mutui, affitti, spese condominiali. Fino al collasso per mancanza di liquidità, con la impossibilità di fare la spesa per mangiare.

D’altra parte, questo progetto del Centro d’Ascolto si fonda sul riconoscimento della bontà di cuore di molte persone della parrocchia, che non si sono fatte pregare e si sogno segnalate sin dall’inizio per la generosità con cui hanno messo a disposizione tempo, soldi, ospitalità abitativa, disponibilità nel cercare e offrire lavoro. Abbiamo constatato con molti riscontri che il tessuto modenese è molto più sano e solidale di quello che si potrebbe pensare e di quanto sostiene chi agita vecchie e nuove paure e vede solo il problema della sicurezza pubblica.

L’elemento qualificante del nostro progetto è educare le famiglie a una maggiore capacità di analisi del proprio bilancio: insegnare loro l’arte della parsimonia, cioè di come con poco si possa fare molto. Ciò richiede di passa sistematicamente da uno sportello strutturato per offrire servizi all’individuo a una rete di ascolto e di servizi alle famiglie. Nel modello precedente basta una sola tipologia di operatore: l’addetto allo sportello. Se invece si vuole educare la famiglia alla parsimonia, si devono ipotizzare almeno 4 fasi di lavoro a cui corrispondono altrettanto tipologie di operatore, che lavorano sinergicamente:

1. Incontro e ascolto con esseri umani che sono portatori di una storia e quindi anche di valori, esperienze, saggezze e verità, spesso differenti da chi opera in parrocchia. Per questa prima fase occorrono volontari nel Centro di ascolto, educati soprattutto nella relazionalità e sufficientemente maturi per non cadere in born-out a ogni volta che il cuore dei volontari non sia appesantito dai problemi insolubili degli utenti. Attraverso un adeguato iter formativo, i volontari devono essere messi in grado di capire chi si ha davanti, ma anche aiutare le persone a guardarsi allo specchio, per rendersi conto dove sono le falle del proprio bilancio familiare.

2. Progettare insieme alla famiglia in difficoltà un futuro alla sua portata: solo così si può superare l’assistenzialismo e aprirsi al protagonismo e all’autoemancipazione. Il primo elemento di valutazione sarà l’individuazione di adeguate modalità per stimolare lo spirito di intrapresa. Non dovremo fare un’attività da agenzia di lavoro interinale, ma cogliere le capacità delle persone adulte di ogni famiglia che si rivolge al Centro di Ascolto e indirizzarle verso la ricerca del lavoro. Al massimo, il Centro d’Ascolto potrà mettere a disposizione contatti della rete parrocchiale, che consentono lo svolgimento di lavoretti temporanei. In secondo luogo, ogni individuo – di solito le donne – può diventare il primo fattore di sensibilizzazione / educazione alla parsimonia all’interno della famiglia. In questa seconda fase gli operatori del centro d’ascolto sono esperti nella lettura e riprogettazione del bilancio familiare, ivi compresa la mediazione con banche, finanziarie, ecc. In questa fase è necessario poter contare su competenze contabili e finanziarie, ma anche giuridiche e psicologiche. Insieme con gli esperti messi a disposizione dal centro di ascolto, si ottimizzano le risorse umane, logistiche, ecc., cercando di mettere in campo tutto ciò che – restando nel campo della legalità e dell’etica – può aiutare le famiglie a navigare attraverso la crisi. L’attuazione di questa seconda fase richiede che il centro d’ascolto disponga di un data-base, contenente le possibilità occupazionali / abitative / relazionali del territorio: tale data-base si arricchisce attraverso l’attivazione e la collaborazione di tutti i parrocchiani.

3. Attivare sinergie con il territorio: i servizi sociali comunali (circoscrizione n. 4), i sindacati, il centro-stranieri, il centro per il lavoro, la questura, le altre parrocchie, il centro d’ascolto diocesano, ecc. In questa fase, gli operatori del centro d’ascolto dovranno vigilare sull’attuazione del progetto elaborato nella fase 2, visitando spesso la/e famiglia/e loro affidata/e (max 2 famiglie a testa) e relazionando periodicamente ai coordinatori – a voce o per e. mail – sull’andamento delle cose. Periodicamente si dovrà fare il punto con i coordinatori del Centro di Ascolto circa l’andamento del progetto di aiuto, modificandolo se e dove necessario.

4. Si prevede una quarta fase, che a differenza delle precedenti non deve essere necessariamente attivata. A famiglie in particolari condizioni di rischio, i coordinatori possono decidere di erogare in via eccezionale un finanziamento a tasso zero, fino a un massimo di € 3000 (tremila). Non si tratta di microcredito, ma di un aiuto che la parrocchia a titolo di emergenza, per evitare lo sfratto, il taglio della luce e del gas, provvedimenti di pignoramento giudiziario, ecc. L’erogazione è subordinata alla definizione e all’avvio di un piano di risanamento e deve contenere al proprio interno le condizioni realistiche per la restituzione della somma erogata. Per delicatezza e rispetto, la modalità di restituzione viene decisa dalla famiglia beneficiaria. Si tratta di potenziare al massimo la relazione di fiducia, che si è stabilità nelle prime fasi dell’ascolto e dell’intervento. Le figure che operano in questa fase e che accompagnano anche le precedenti sono quelle dei coordinatori del Centro d’ascolto.

In questa fase del progetto, il ruolo del parroco sarà ridimensionato rispetto alle fasi precedenti. Fungerà come elemento di collegamento con la comunità parrocchiale, in particolare con il CPP. Potrà offrire la propria consulenza nell’analisi e nella progettazione relative alle situazioni più complesse. Darà comunque il proprio sostegno al progetto, impegnandosi di persona specialmente nel rapporto con i volontari e nella loro formazione.

L’attività del Centro di Ascolto si caratterizza come lavoro di equipe: la compresenza di quattro tipologie di operatori, diversificate per ruoli e competenze richiede che le linee-guida del progetto siano chiare e condivise da tutti. Ogni volontario, nel momento in cui si rende disponibile come operatore, stabilisce in modo chiaro il tipo di impegno che si assume e le modalità in cui intende esercitarlo. Il lavoro di equipe si esplica in particolare : 1) la convocazione di momenti strutturati e calendarizzati (con cadenza settimanale), di fatto coincidenti con il/i giorno/i di apertura del Centro di Ascolto; 2) il rispetto di scadenze entro le quali le varie figure dovranno ottemperare agli impegni assunti (quindicinale). Questi sono i presupposti per una sistematicità di lavoro che permetta non solo di essere (forse) più efficaci nel nostro operare ma che sia capace di lasciare tracce sulle quali costruire un percorso di pensiero e di sperimentazione valutabile e misurabile nel tempo.

Intorno alla squadra che così si forma e che si assume in forma stabile la conduzione del progetto, ci saranno anche altri volontari non strutturati, che in base alle competenze e alla disponibilità saranno interpellate al bisogno.

Per tutti i volontari (strutturati e non), si prevedono almeno 2 cicli di incontri di formazione permanente, dislocati in autunno e in primavera.

Questa seconda fase del progetto terminerà a fine maggio 2009: nel successivo mese di giugno si provvederà a un nuovo step di verifica. La gestione del Centro di Ascolto nel periodo 15 marzo-30 maggio 2009 sarà caratterizzata da un profilo basso: pochi casi, in modo da poter sperimentare su di essi la effettiva validità del metodo adottato. In pratica, il Centro di Ascolto apre un paio d’ore la settimana su appuntamento telefonico (059.242124 nelle ore di segreteria) o recandosi direttamente in parrocchia nel giorno indicato. A conclusione delle ore d’ascolto i volontari presentano le situazioni delle persone incontrate ai coordinatori dell’ascolto, che le prendono in carico. Possibile orario: 14.30-16.30: ascolto; 16.30-17.30: presentazione dei casi al coordinatore della fase di ascolto; 17.30-18.30: riunione tra i referenti dell’ascolto, degli esperti e dei tutor, durante la quale si studiano i casi; 18.30-19.30: assegnazione dei casi e verifica dello stato dei progetti in corso.

Questa riduzione della quantità è per aumentare la qualità del servizio erogato, tenendo conto che gli operatori sono volontari, con i normali impegni familiari, lavorativi, ecc. Inoltre, gli operatori necessitano di tempo per fare esperienza che ci aiuti nella maturazione complessiva sia a livello personale che di progetto: l’operazione intrapresa si è rivelata più complicata e impegnativa del previsto e il dover “correre” non aiuta a starci dentro, con il rischio di bruciare le persone.

Allo stesso modo, si richiede prudenza e discernimento nell’esportazione di questo modello progettuale e nell’interfacciarsi con caritas parrocchiali, associazioni e individui che stiano muovendosi sullo stesso terreno di azione e di riflessione. Queste relazioni dovranno essere confortate da dati e esperienze che ci diano autorevolezza nel confronto con gli altri e la possibilità di essere  concretamente incisivi.

4. Articolazione organizzativa del progetto

Riteniamo che un gruppo di persone, che condividano le premesse e i criteri progettuali, possa organizzarsi nel modo seguente:

  1. un gruppo di coordinamento che lavora sul progetto in generale, sui singoli progetti famigliari, li coordina e ne tiene le fila;

  2. un gruppo di esperti per tutte le consulenze tecnico-amministrative necessarie;

  3. un gruppo per il primo ascolto dei bisogni che accoglie ed ascolta chi si rivolge al centro di ascolto e ne identifica in prima istanza le richieste (attenzione perché non sempre richieste e bisogni coincidono) e i possibili bisogni;

  4. un gruppo di tutor che seguano e affianchino le famiglie nei percorsi individuati e progettati

Oltre all’accoglienza e all’ascolto dei bisogni e della situazioni è importante stabilire un dialogo che crei le premesse per una relazione basata sulla reciprocità e la solidarietà. Occorrerà essere capaci di farsi prossimi alle famiglie in difficoltà visitarle, verificarne concretamente le condizioni e i bisogni e creare con loro i presupposti per questa disponibilità all’aiuto. La reciprocità nella relazione che non dovrà ne essere subita ne imposta è l’elemento fondamentale per iniziare qualsiasi tipo di percorso. Si tratta di un’attività delicata, durante la quale le criticità famigliari possono innescare conflittualità sia con gli operatori che con i famigliari coinvolti e dove la creazione di una rete amicale di sostegno coinvolge la parrocchia richiamandola ad una grande disponibilità ed attenzione ai più deboli nelle sue forme più svariate.

Oltre al sostengo e all’accoglienza è altrettanto importante che un gruppo di persone possano mettere in campo le proprie competenze professionali e le proprie attitudini e disponibilità per assistere sul piano tecnico e di analisi la situazione economico patrimoniale delle famiglie, verificando lo stato delle cose, dando consigli e prospettando soluzioni alternative per affrontare l’aspetto debitorio oltre che consigliare un piano di spese settimanali e mensili compatibili con la situazione economica. Inoltre proprio sul tema lavoro sarà fondamentale avere persone che siano capaci di indagare sul territorio locale e provinciale le opportunità lavorative esistenti e che stimolino e incoraggino i soggetti nella ricerca in proprio dell’occupazione.

Per tutti gli operatori del progetto la formazione è indispensabile. In aggiunta al primo ciclo di incontri effettuato prima della partenza della fase sperimentale del Centro di Ascolto si è pensato a un ciclo di altri 4 incontri aperto agli operatori del centro di ascolto, ai membri del consiglio pastorale e a tutti coloro interessati a qualunque titolo ai temi proposti. Il primo incontro verterà sulla presentazione, commento dei dati raccolti nella fase sperimentale e sulla presentazione del seguente progetto per lo sviluppo dell’attività del centro. Inoltre saranno programmati altri incontri sui seguenti temi: 1) famiglia; 2) lavoro; 3) tecniche di ascolto; 4) motivazioni e fatiche degli operatori.

5. La “boutique” dei vestiti usati

Dall’indagine conoscitiva emerge l’importanza che gli utenti del Centro d’Ascolto attribuiscono alla distribuzione di capi di vestiario usato: probabilmente, in molti casi non per effettivo bisogno, ma come gesto di attenzione e come occasione di arrotondamento del bilancio familiare tramite un piccolo commercio dei capi più appetibili a consumatori di fascia “sottoclasse”.

I vestiti, come gli alimenti e i soldi, sono risorse che non possono essere regalate, per non indurre nei riceventi false aspettative e comportamenti da “assistito professionista”. Perciò si propone che il servizio degli abiti usati si trasformi in un effettivo esercizio commerciale, con orari e giorni precisi di apertura. Sarà gestito da personale volontario, tra cui si può pensare il coinvolgimento di un gruppo di giovani della parrocchia (i geki), a cui si propone tale attività come educazione al servizio. La “boutique” fornirà a tutti, con prezzi accessibilissimi i capi migliori. Questa iniziativa aiuterà le famiglie della parrocchia a essere meno consumiste. Contemporaneamente, permetterà alle famiglie più disagiate di poter comprare abbigliamento seminuovo a un prezzo simbolico.

Con il ricavato si alimenterà il fondo parrocchiale di solidarietà. I restanti indumenti (comprese le scarpe) saranno vendute a prezzi di mercato ai raccoglitori di tessuti usati, per alimentare ulteriormente il fondo di solidarietà.

La “boutique” sarà gestita da un gruppo di volontari della caritas parrocchiale, in collegamento con il coordinamento del centro di ascolto.

Conclusione: Chi vuole collaborare continuando o iniziando il suo servizio volontario scriva a :

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