Apr
10
2009

Omelia del Venerdì santo

Il racconto della passione secondo Giovanni, che abbiamo appena ascoltato, si conclude menzionando le operazioni della sepoltura di Gesù. Si fa tutto in fretta e furia, perché è la vigilia di una grande festa, ma soprattutto perché il posto di Gesù non è stabilmente sul Golgota: quella è una sosta, una fermata obbligata nel suo cammino di Figlio di Dio, che fino in fondo “prende parte alle nostre debolezze” (Eb 4,14-16). Ma sul Calvario Gesù non ci sta per sempre. E anche gli uomini, quand’anche fedeli discepoli di Gesù, non sono al mondo per stare per sempre appesi a una croce. La croce – come ci ricorda Tonino Bello – è una “collocazione provvisoria”: per Gesù e per tutti noi.

Oggi abbiamo fatto della provvisorietà uno dei nostri grandi spauracchi, un fantasma che inquieta le nostre notti e terrorizza il nostro futuro. Ci siamo costruiti intorno una vita artificiale, fatta apposta per non pensare alla nostra provvisorietà. Facciamo tutto a capofitto: lavoro a testa bassa; consumo all’impazzata; vacanze a go-go; relazioni a piacere. O meglio: facevamo tutto così fino a poco tempo fa. Adesso la provvisorietà degli altri è diventata anche la mia, la nostra provvisorietà. Le abbiamo trovato molti nomi, ancora nel tentativo di esorcizzarla: crisi economica, precariato, mobilità, flessibilità, e così via. Fatto sta che non riusciamo più a dire: ma chi se ne importa delle guerre e delle pandemie che consumano a poco a poco l’Africa! Oppure: che c’entro io con i milioni di disoccupati che affollano le enormi periferie delle metropoli latino-americane e asiatiche? Il boato sordo del terremoto abruzzese, reso interminabile da ossessive dirette tv, rimbomba nel nostro cervello come un simbolo terrificante: anche la nostra felicità – costruita sulla ricetta del fare tutto a capofitto – è una casa con i pilastri marci e le travi di sabbia, come quelle che sono rovinate addosso ai nostri fratelli abruzzesi.

Per l’evangelista Giovanni, la provvisorietà di Gesù sul Golgota è un grande segno di speranza. Per noi la provvisorietà è solo disperazione. Il crinale spartiacque di questa radicale differenza è Gesù. Riascoltiamo come ce lo descrive Isaia (53,3): “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia”. Non dobbiamo aspettare la sera del venerdì santo e la liturgia della passione per incontrare un uomo così. Basta sederci una qualunque notte d’inverno nella sala d’aspetto di una stazione. Basta metterci in fila per un pasto caldo a Porta Aperta, o forse anche solo sederci il giovedì pomeriggio alle due davanti alla porta della nostra boutique. Se non hai paura, quell’uomo carico di disprezzo e di vergogna ti aspetta al carcere S. Anna di Modena o all’O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) di Reggio. E lo incontri varcando la soglia di un reparto oncologico o anche solo salendo i cinque gradini del Ramazzini. “Ecco l’uomo!”. Per vederlo, basta entrare in uno di questi luoghi di passaggio. Luoghi: è una parola grossa. A dire il vero, sono non-luoghi: dove si spera di stare il meno possibile; da cui non si vede l’ora di scappare; dove le relazioni spesso sono non-legami. Ecco, questi non-luoghi sono il Calvario, la collocazione provvisoria di Gesù.

In che cosa consiste l’elemento positivo di questa provvisorietà? Perché la croce di Gesù, la sua totale povertà è la nostra principale risorsa e non uno dei tanti nostri drammatici problemi? Perché i poveri crocefissi di oggi sono anch’essi la vera risorsa di una società, che all’improvviso si scopre scarseggiare di ogni tipo di risorse: economiche, culturali, spirituali? Cerchiamo risposte rileggendo il racconto della passione.

Gesù vive la condizione di condannato consegnandosi prima al Padre e poi agli uomini e poi di nuovo – nel momento supremo – al Padre. Non si mette sulla difensiva; non si nasconde. Neppure attacca il nemico e anzi rimprovera duramente chi sguaina la spada. Si rivela sempre per quello che è: due volte davanti alle guardie; una volta davanti ai sacerdoti; due volte ancora davanti a Pilato. Non ha paura: né della violenza, né del potere sacrale, né del potere politico. Chi è povero e chi si è fatto povero non ha nulla da perdere e nulla da difendere. Io vorrei diventare così; vorrei che insieme diventassimo così e che tutta la chiesa di Cristo fosse semplicemente così. La provvisorietà di Gesù è ripugnante come quella dei nostri poveri. Ma questa sua totale trasparenza disarma e alla fine attira su di sé gli sguardi di tutti. Non sono occhiate sprezzanti di commiserazione, ma sguardi di speranza e di invocazione: Signore, come fai a essere così mite? Maestro, insegnaci la via del dolore che si fa salvezza! Gli sguardi di tutti convergono su Gesù, perché si è consegnato totalmente, ha rinunciato a dire la parola “io”.

La provvisorietà di Gesù disprezzato, carcerato, umiliato è una provocazione insopportabile per il potere religioso e per quello politico. Davanti a lui i sommi sacerdoti perdono la loro proverbiale, serafica calma e rivelano quello che hanno nel cuore. Il loro prestigio è costruito sulla delazione, sull’ingiuria e le percosse, sulla manipolazione delle coscienze e sulla menzogna. Per legittimarsi agli occhi del popolo di Dio, hanno bisogno di Giuda, delle guardie, della folla di cui fingersi amici, del potere politico a cui simulare lealtà. Ammanettato e tumefatto dalle percosse, Gesù fa esplodere una religione fatta di convenzioni, di formalismi (“così rispondi al sommo sacerdote?”) e di sterili diatribe sulle parole (“Non scrivere: Il re dei Giudei, ma: Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”). Gesù svela l’insopportabile debolezza di una religione cultuale e precettistica, la quale non riconosce il Dio dell’esodo che sta dalla parte degli esclusi. Una religione, che fa della giustizia un gioiello di cui agghindarsi quando bisogna ben figurare, non ha nessun valore per chi è povero e incatenato.

La stessa provvisorietà fa andare in tilt il potere politico. Con l’uomo-dei-dolori Gesù saltano tutti gli schemi politici: Pilato non sa come classificarlo e non sa che cosa fare di lui. Non può usare lo schema amico-nemico, che è il motore delle rappresentazioni politiche. Non funziona lo schema muscolare di dargli una bella lezione. Non riesce neppure a esercitare quel potere di vita o di morte che i poteri più tirannici arrogano a sé; tanto è vero che ai sommi sacerdoti dice: “Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa”. Sanguinante e sfiancato dalla flagellazione, Gesù svela il segreto di un potere che non è per il bene delle persone, ma che è solo preoccupato di salvare se stesso. Le ondate di poveri vecchi e nuovi, che stanno prendendo d’assalto il nostro mondo “bene ordinato”, manifestano che dietro alle parole e alle immagini di un potere politico onnipresente e invasivo c’è solo la rassegnata disperazione di chi deve salvare una supremazia conquistata non si sa come. Le sue parole manifestano che per fare questo, il potere politico non esita a consegnarsi nelle mani di poteri anti-politici e mafiosi, come quello dei sommi sacerdoti sobillatori, che hanno di mira solo di occupare a propria volta il trono e di creare nuove e più terribili schiavitù.

La provvisorietà di Gesù, caricato del patibolo e poi appeso alla croce, crea legami eterni e consola i cuori. “Donna, ecco tuo figlio!”; “Figlio, ecco tua madre!”. Queste parole, che leggiamo incise nel cristallo qui a fianco, sono scritte con il fuoco nei nostri cuori e contengono la più profonda identità della nostra comunità cristiana. Questo pover’uomo sfigurato, a cui è stato tolto tutto, anche la tunica, non è stato derubato della sua risorsa più grande: fare incontrare le persone, unire i cuori. Noi siamo qui stasera perché anche i nostri cuori sono stati uniti da lui, fino a formare un’anima sola. Per spiegarci come mai ciò avvenga, perché un condannato a morte che ansima tra gli spasmi sul non-luogo del Golgota riesca a fare questo, Giovanni usa il linguaggio della prossimità: “stavano presso la croce”; “accanto a lei il discepolo”. La provvisorietà del Golgota ci fa scoprire che per diventare prossimo di un altro essere umano non basta uno slancio d’affetto che parta da mio cuore o un’offerta di amicizia che parta dal suo. Per diventare prossimo non basta essere in due, occorre sempre un terzo. Questo terzo, che ci unisce e ci fa riconoscere gli uni come prossimo degli altri, è un povero, l’essere umano più sfigurato e disprezzato che c’è. Senza di lui, possiamo diventare tutt’al più colleghi, collaboratori, vicini di casa o di scrivania, ma non prossimo. Stamattina, mentre scrivevo queste cose, mi sono fermato a pensare un attimo ai vostri volti e mi sono chiesto: per chi di voi mi sono fatto prossimo e per chi invece sono rimasto solo parroco? Per chi mi sono fatto più che un ruolo, più che un funzionario della chiesa? Fatevi adesso la stessa domanda anche voi: per chi io sono più che un ruolo, più che una maschera? (…) La mia risposta è stata: per quelli con cui il nostro legame passa attraverso i poveri, i piccoli e la loro provvisorietà. Lo stare con un povero trasforma il più tetro dei non-luoghi nel luogo surgivo della nostra salvezza: il sangue e l’acqua, che irrorano il Calvario, sono il simbolo del battesimo e dell’eucaristia, come ci ricordava ieri sera Giovanni Crisostomo. Mettendo al centro i poveri, la chiesa si trasforma anch’essa in un luogo di salvezza. Spesso ci chiediamo desolati come mettere fine allo scempio della chiesa-supermercato, cash & carry, dove si passa, si consuma e si va; uno scempio ingigantito dal fatto che oggi i nostri prodotti religiosi godono di una réclame televisiva senza pari. La risposta è scritta nel cristallo davanti alla statua dell’Addolorata. Ci prenderemo cura gli uni degli altri e lo faremo senza diventare né un club di bigotti borghesi, né una setta di fanatici esaltati, solo se il nostro centro di gravità è Gesù povero e avremo come figlio o come madre un poverocristo che bussa alla nostra porta.

Mi colpisce molto che nessuno di quelli che “stavano presso la croce” abbia obiettato a Gesù, indicando le difficoltà del farsi prossimo o denunciando la propria inadeguatezza per questa impresa. Sono rimasti tutti in silenzio. Il primo e più fondamentale gradino della prossimità è l’ascolto. L’ascolto è l’inizio della fede e della comunione con Dio. L’ascolto è l’inizio di ogni vera conoscenza e di ogni solido progetto. L’ascolto è l’inizio della libertà e il primo passo della giustizia. Uomini e donne, cristiani e chiesa lo diventiamo solo nell’ascolto. Questo vale prima di tutto per Gesù, che si è fatto nostro prossimo nell’ascolto docile delle Scritture e, guidato da esse, ha fatto dell’obbedienza filiale al Padre la causa della sua vita, come ci ricorda stasera la Lettera agli Ebrei (5,8-9): “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”. E lo stesso vale per me e per noi, se lo riconosciamo servo povero e sofferente di Dio.

Una prossimità in ascolto non è però né cieca, né muta. Le parole di Gesù alla madre e al discepolo cominciano dal suo sguardo. Gesù potrebbe rinserrarsi dentro alla sua sofferenza spirituale o nascondersi dietro agli spasmi muscolari del suo corpo crocifisso: umanamente parlando, ne avrebbe tutte le ragioni. Invece, relativizza la sua sofferenza e vede la sofferenza degli altri. Non c’è in lui quel rassegnato e autocompiacente vittimismo che tante volte mi o ci prende, quando in croce ci sono io o ci siamo noi. Perché? Lo sguardo di Gesù colpisce la madre e il discepolo, ma non si ferma a loro. Passa oltre, passando attraverso. La logica della prossimità è una logica dell’oltre e attraverso: guardando attraverso e oltre l’offesa, c’è il perdono; guardando attraverso e oltre il povero-problema, c’è il povero-risorsa; guardando attraverso oltre l’escluso, c’è il fratello; guardando attraverso e oltre l’uomo, c’è Dio. Oltre e attraverso è anche la logica della risurrezione: attraverso la morte, oltre la morte.

Stasera abbiamo scoperto che provvisorietà può essere una parola-chiave nel vocabolario della fede per i nostri giorni. Provvisorietà come diniego di fronte al prestigio e al consenso, perché la provvisorietà sia consegna fiduciosa di sé a Dio e agli uomini. Provvisorietà come mite smascheramento dell’intrinseca debolezza e arbitrarietà di ogni potere, perché la provvisorietà diventi benevola prossimità creatrice di legami eterni. Prossimità come guardare vicino e verso la terra – come lo sguardo di Gesù dalla croce – perché gli occhi si illuminino con i colori di Colui che sta oltre la morte.

d. Paolo, vostro fratello

10 aprile 2009

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