Apr
9
2009

Omelia del Giovedì santo

Certamente sarà parso strano questo trasferimento della prima comunione da una festosa, soleggiata domenica di maggio a una seria, umidiccia sera del triduo pasquale.

Sì, me ne rendo conto. Ho, abbiamo inflitto a tutti noi una scomodità in più. Ma è come avessimo per un poco abbandonato l’automobile per avventurarci lungo un sentiero di montagna: uno di quei sentieri che imbocchiamo d’estate quando nel caldo della giornata cerchiamo un’ombra e soprattutto una sorgente d’acqua fresca e pura.

Stasera, ci siamo ritrovati per bere tutti alla sorgente del nostro essere cristiani e comunità. È così che il Concilio Vaticano II definisce l’eucaristia: la fonte. In questo nostro ritorno alle sorgenti della fede, non potevano mancare i ragazzi della prima comunione con le loro famiglie.

San Paolo, che abbiamo riascoltato anche questa sera, ci ha appena detto che le nostre eucaristie sono il rifare pari pari l’ultima cena, così come la nostra vita di discepoli è ripercorrere pari pari il cammino di Gesù. L’accento cade sul “fate questo”. Questo, cosa? Non si tratta della pedissequa ripetizione di un rito, perché Gesù nell’ultima cena non si è limitato a ripetere un rito. Ha inventato una cosa nuova! Altrimenti non sarebbe il Messia degli ultimi tempi, che abbiamo acclamato nella domenica delle palme. Gesù è novità. La chiesa dei suoi discepoli, che attinge la sua forza dalla sorgente dell’eucaristia, è forza di innovazione secondo il vangelo, e non di conservazione secondo altre logiche soltanto umane.

Allora, dicevamo: “fate questo”. “Questo” è l’atto con cui Gesù dona se stesso, il suo corpo, le sue relazioni, i suoi affetti per compiere un progetto più grande, che non ha ideato lui, ma che gli è stato affidato. Quando voi sposi e voi innamorati avete congiunto le vostre vite in un unico dono d’amore, avete fatto lo stesso, mettendo voi stessi al servizio di un progetto più grande. E quando da un amore sincero e per nulla casuale, voi genitori avete acceso la vita dei vostri figli, non vi siete anche voi messi al servizio di un progetto molto molto più grande di voi? Lo stesso è avvenuto per me, per d. Wilfred, Celestino e milioni di altri uomini e donne che consacrano la vita a servire i fratelli per amore di Cristo. Poi pensiamo a tutte le persone grazie a cui la nostra parrocchia sta in piedi e cammina sulla via del vangelo: catechisti e animatori dei nostri gruppi, giovani e ragazzi, volontari della caritas, ministri dell’eucaristia e persone che assistono gli ammalati, manutentori e personale addetto ai servizi parrocchiali (pulizie, segreteria, ecc.). Insomma: tutti noi. Ma chi ce lo fa fare di essere cristiani e di dedicare la nostra vita agli altri? Ci siamo messi tutti a servizio di un progetto più grande: lo stesso di Gesù. È il progetto di Dio nostro Padre, che ama tanto l’umanità da superare i reticolati di filo spinato con cui noi umani ci circondiamo e ci difendiamo dal diverso, dall’imprevisto, dall’Altro con la “A” maiuscola.

Nella prima lettura dall’Esodo abbiamo sentito che si tratta di un progetto di liberazione, e non di restaurazione. Jahvè libera il suo popolo non solo dalla schiavitù interiore del peccato e dell’egoismo, ma insieme da quella strutturale dell’ingiustizia e dell’odio. Questa sera, attingendo a questa sorgente, anche noi siamo liberati dalla preoccupazione per noi stessi. Il peccato ci ammanetta. L’ingiustizia, pure. L’eucaristia ci scioglie dalle catene, perché abbiamo tutte e due le mani libere per servire i nostri fratelli. Nell’ultima cena, il Padre ha liberato le mani di Gesù perché lavasse i piedi ai suoi discepoli. E queste mani sono rimaste libere, per congiungersi nella preghiera dei Getsemani e per abbracciare il mondo distese sulla croce. Senza l’eucaristia, il nostro progetto di essere vicini alle famiglie cassintegrate, indebitate, deluse non sarebbe nato. Ma grazie all’eucaristia, stiamo scoprendo che altre parrocchie – nutrite dallo stesso pane e dalla stessa Parola di Dio – camminano di fianco a noi su questa via di giustizia e di sobrietà: per costruire legami solidi con il nostro prossimo; per riscoprire la gioia della fraternità, che i pomeriggi passati a spingere il carrello della spesa al grandemilia ci avevano fatto dimenticare.

A mani libere corrispondono piedi liberi, come abbiamo sentito ancora nella lettura dell’Esodo: piedi per correre verso la libertà. Piedi liberi, ma affaticati e resi gonfi dal troppo correre. Gesù lava piedi sporchi, perché non è venuto per i perfetti e i sani, ma per i peccatori e i malati. E alla tavola di Gesù – questa nostra tavola – ci si siede anche sporchi e stanchi. È Gesù, che facendosi nostro servo – “questo è il mio corpo che è dato per voi” – adesso ci lava con la misericordia di Dio e ci asciuga con la sua tenerezza di Maestro e Signore. Dove troviamo un altro posto in cui veniamo accolti come siamo? Dove il traditore e il vigliacco vengono amati e trattati da amici? Vorrei che queste due domande ci martellassero in testa ogni domenica mattina, mentre alle 10 voltiamo gallone crogiolandoci sotto il tepore delle coperte, o ci affanniamo a stirare montagne di camice e biancheria, o ancora quando ormai tutti in macchina per la gita fuori-porta ci arrabbiamo con qualcuno della famiglia che è sempre in ritardo. Pensiamoci seriamente: oggi dove troviamo un altro posto in cui veniamo accolti come siamo?

Il prezzo da pagare per questa accoglienza è quello di lavarci i piedi gli uni gli altri. Certo, ciascuno di noi vorrebbe lavare solo piedi puliti e profumati. Se siamo fieramente bianchi e nordisti, proviamo disgusto all’idea di lavare piedi africani. O se siamo giovani, non ci entusiasma baciare piedi vecchi. O se siamo gente in carriera che calza solo scarpe fashion di marca, scappiamo di fronte ai piedi di chi usa solo puzzolenti scarpe caritas… Nell’ultima cena, Gesù fa brutti scherzi: chiama intorno alla sua mensa gente che non vorremmo mai incontrare; invita quelli con cui mai e poi mai andremo d’accordo (forse, per qualcuno di noi tra questi ci sono anche le alte gerarchie della chiesa); fa entrare poveri di ogni sorta… e poi ci dice: “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi, lavandovi i piedi gli uni gli altri”.

Questo è il bello della chiesa, il bello dell’ultima cena e di ogni eucaristia: non ci siamo scelti; non siamo un’allegra combriccola di amici. Qualcuno ci ha chiamati e ci ha fatti incontrare: ognuno è entrato nella sala apparecchiata e si è seduto alla tavola di Gesù, così com’era. I nostri ragazzi questo l’hanno capito molto bene: ognuno di noi era un chicco di grano, in un grande campo di spighe ondeggianti sulle colline. Poi siamo stati raccolti e messi tutti insieme. Le sofferenze della vita ci hanno macinato e resi farina. Il lievito del vangelo ci ha fatto fermentare e il calore della fede ci hanno fatto diventare un unico pane, una cosa sola in Cristo. Adesso questo pane, grazie alla preghiera di Gesù, diventa comunione con il suo corpo. Ognuno di noi ne riceve un pezzo e lo mangia, diventando egli stesso un membro del corpo di Cristo: l’insieme della membra qui riunite è la chiesa. Noi stasera siamo la chiesa. Una comunità di fede, non un’organizzazione di uomini. Dopo, ritornando ciascuno a casa sua, alle sue attività e alle sue preoccupazioni, ci separeremo gli uni dagli altri. Ma non smetteremo di essere il corpo di Cristo. Nell’amore con cui cerchiamo di vivere le nostre relazioni quotidiane e di dare senso ai legami anche più deboli o più conflittuali, ecco nell’amore di ogni giorno noi ricomporremo i pezzi di quest’unico pane. Come in un puzzle, ogni pezzettino da solo non serve a niente, ma incastrato con gli altri pezzi ci fa intravvedere poco a poco il disegno completo.

Per questo, il Concilio Vaticano II dice che l’eucaristia non è solo la fonte, ma è anche il culmine della vita cristiana: anche se mancano ancora dei pezzi e il puzzle non è completo, sedendoci con Gesù alla tavola dell’ultima cena stasera vediamo il disegno finito. L’eucaristia profetizza la chiesa degli ultimi tempi, quando finalmente l’umanità avrà compiuto il suo cammino: saremo così! Dice Isaia (25,6-10): Dio preparerà una grande tavola a cui saranno invitati tutti gli uomini e le donne del mondo e si riuniranno insieme dai quattro punti cardinali. A quella tavola non ci saranno più le lacrime, né le divisioni e neppure le ingiustizie. Il Signore ci toglierà dagli occhi il prosciutto dell’ignoranza e i paraocchi del pregiudizio. Tutti riconosceremo il nostro Dio, senza avere più bisogno che qualcuno ce lo renda presente o ci spieghi le sue parole, perché Dio sarà nel cuore di tutti e la gioia di questo incontro a cuore aperto contagerà l’umanità intera. Forse sto sognando a occhi aperti, ma adesso non stiamo proprio vivendo un momento così? Stasera Gesù ci ha tutti proiettati nel nostro futuro. Ascoltiamo per un attimo il nostro cuore (….) Che cosa ci dice? Il mio sussurra: “Vorrei che questo momento di pace e di comunione non finisse mai”. Ecco la nostra condizione di vita definitiva!

Per tutte queste ragioni che abbiamo ascoltato nelle letture bibliche di stasera, una celebrazione dell’eucaristia conviviale, festosa, partecipata, fraterna è un nostro diritto e un nostro dovere. È un nostro diritto che la messa, ogni messa assomigli sempre all’ultima cena, nei gesti, nel clima, negli atteggiamenti e nelle parole: “non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici”, dice Gesù proprio dei discorsi dell’ultima cena (Gv 15,15). È un nostro dovere che nella chiesa e nel mondo scompaiano rapporti di servitù e di sudditanza, di potere e di prestigio, perché “uno solo è il Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). È un nostro diritto che la messa sia vicinissima alla vita di ogni giorno: nei linguaggi, nei segni, nelle attenzioni, nella preghiera. È un nostro dovere continuare la messa nella vita, con una testimonianza coraggiosa, controcorrente e critica se occorre, che attinge non dalle nostre buone idee e neppure dalle nostre belle tradizioni, ma direttamente dalla fonte, cioè da quello che Gesù ha detto e fatto per noi: “fate questo in memoria di me”.

d. Paolo, vostro fratello

9 aprile 2009

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