Set
20
2012

La missione: incrocio di grandi narrazioni. Intervista a Paolo Boschini

Ecco un link ad una intervista di don Paolo Boschini, dello scorso maggio 2011, utile come introduzione al XIII sinodo dei vescovi sul tema della nuova evangelizzazione, che si terrà a Roma il prossimo ottobre.

 

Lei è filosofo e sociologo della religione. L’unica cosa che riesce a farla smettere – per poco – di studiare è il richiamo delle periferie brasiliane e di quelle nostrane. Come riesce a conciliare l’insegnamento con la frequentazione di questi luoghi?

Se intende: come fa a trovare il tempo e la voglia di fare ambedue le cose? La risposta è facile. Le periferie sono le più antiche biblioteche della filosofia e della religione. La verità non è mai stata scritta solo nei libri, ma cammina per il mondo sulle gambe delle persone. Molti filosofi antichi – basti pensare al famosissimo Diogene – vivevano ai margini della società. Così pure molti profeti: erano marginali per scelta come Giovanni Battista; oppure emarginati per forza come Geremia gettato nella cisterna.

Se invece vuole dire: come riesce a sincronizzare senza attriti interiori la verità della filosofia o della scienza sociale e quella della vita? Qui la risposta è più difficile. Perché quasi mai i tempi delle periferie combaciano con quelli delle Università. Le periferie hanno i tempi della condivisione, dell’ascolto, della passione per l’uomo. Le Università hanno i tempi della ricerca nel microscopico del superspecialistico, della rivista che pretende l’articolo entro il tal giorno, della rivalità tra colleghi. Sto provando a risolvere il problema sulla scia di Simone Weil: portando la filosofia tra la gente di periferia, non per acculturarli ma per far sgorgare la cultura-vita che si portano dentro. Ad esempio, sono stato in carcere a fare una “lezione” sul gioco. Ci siamo molto divertiti e alla fine un detenuto mi ha detto che si era dimenticato di “essere dentro”, perché era ritornato quel ragazzino che era prima di “fare certe cose”. Per un attimo, in quel carcere della mia città Socrate e la sua maieutica sono ridiventati vivi e attuali.

Ha definito la missione come il tentativo di far incrociare due grandi narrazioni, quella cristiana e quella delle culture altre. Qual è il ruolo dei missionari in questo crocevia?

Le posso rispondere: qual è il ruolo di alcuni missionari che conosco e ho visto all’opera. Chico è un prete che viene da una famiglia contadina. La sua forza sta nell’impregnarsi della sapienza dei contadini tra cui vive, nel centro del Brasile. Lui è un figlio della terra e ama i figli della terra come lui: non fa grandi cose, ma questa sapienza terricola lo rende molto contagioso e, se vivi con lui anche solo poche settimane, cambi la prospettiva da cui guardi la realtà. Non vedi più “tutto il mondo intorno a te”, ma cogli la terra come madre di un noi che non ha confini e a cui tutti apparteniamo. Anna è una laica consacrata, che si è dedicata per tutta la vita (adesso ha 80 anni) ai giovani della periferia di Goiania. Conosce a uno a uno i 300 giovani del suo centro. E mentre ti racconta la storia di questo o di quello, senti che vivono dentro di lei. Nella sua periferia ha maturato la mistica dell’ospitalità. Nella sua comunità non sei italiano o brasiliano, nativo o immigrato: sei tu, con la tua storia, che gli altri sono curiosi di ascoltare e partecipare. Alberto è un religioso che ha sbagliato mestiere: doveva fare il leader rivoluzionario e si è sempre posizionato dove la lotta era più dura e le chances di farcela erano minime. L’ho visto esaltato e prostrato, accanito e deluso, ma sempre capace di ascoltare il grido degli esclusi, di cui ha scelto di fare parte per un lungo pezzo della sua vita. Sono tre storie diverse. E ce ne sono milioni di altre. Mi sembra che abbiano in comune il metodo e la fede. Il metodo è quello di cominciare sempre dalle ragioni degli altri, forse perché ci si è lasciati dietro le spalle il primo mondo, pensando che non possedesse tutta la verità e tutto il bene che ha sempre vantato di avere. Quando scopri le ragioni degli altri, cominci anche a amare il loro Dio e forse ti dimentichi un po’ del tuo, conosciuto più sui libri di teologia che nelle situazioni della vita. Allora cominci a credere a quello in cui credono le persone di cui sei ospite. E loro vedendo questa tua disponibilità, dimenticano il tuo Dio del catechismo universale e delle liturgie romanizzate e cominciano con te a credere che il regno di Dio sia come una piazza dove è bello convergere, magari per attingere acqua dallo stesso pozzo.

Ha frequentato alcune periferie impossibili, come quella di Manaus in Brasile. Che idea si è fatto della missione in questi luoghi? In che cosa si differenzia dalla missione in una periferia italiana come quella dove lei è parroco a Modena, dove si occupa anche di attività sociali e educative?

Manaus, l’Amazzonia è davvero impossibile per un italiano di estrazione medio-borghese come me. Eppure mi ha stregato proprio per il suo carattere estremo. Tutto è gigantesco: le foreste e i loro fiumi, le favelas di palafitte e la loro miseria, perfino il turismo sessuale e il disagio giovanile. Là mi sento sovrastato, ma non inutile, perché la gente delle comunità di base ti fa amare l’ordinario. Il loro servizio infinitamente piccolo – così spaventosamente inadeguato rispetto ai bisogni della popolazione – è un microcosmo che ripete dentro di sé l’armonia, i colori e la forza di vivere della grande foresta e del grande fiume. A Modena, nella mia parrocchia avviene l’opposto. Siamo una piccola comunità urbana di 3.500 persone e tutti – io per primo – abbiamo la sensazione di poter dominare la situazione, di poter risolvere i problemi a forza di progetti educativi e di piani pastorali. Il nostro microcosmo è disarmonico, pieno di conflitti latenti, spesso routinario e senza vita. A Modena lottiamo contro il troppo poco dell’apatia. A Manaus si lotta contro il troppo della vita. Pur con una differenza così abissale, c’è un elemento comune molto forte: qui e là si parte dai poveri e si lascia che siano i poveri a comunicare il Vangelo a noi. Non siamo noi che portiamo Cristo a loro: ce l’hanno già. Per fortuna, quando celebro la messa, sono sempre i bambini o gli anziani che fanno l’omelia. Quando faccio un incontro biblico, di solito sono gli ultimi arrivati che dicono le cose più sagge e concrete. La declericalizzazione della Chiesa per far posto ai poveri nostri maestri mi sembra il tratto comune e vincente dell’evangelizzazione in Italia e nelle periferie del mondo.

Ispirandosi ai diari di Etty Hillesum lei ha definito la missione come un “cuore pensante” di una baracca, di un lager, cioè in grado di vedere un fiore che sboccia al di là del filo spinato. Come applicare quest’immagine alla missione oggi?

In questi mesi in cui la vita sociale e politica del nostro paese è ridotta a un colossale “Drive-In”, mi tornano spesso alla memoria le parole del card. Biffi, che ai tempi del “Drive-In” televisivo definiva gli abitanti della nostra terra emiliana “sazi e disperati”. Salvo poche eccezioni, mi sembra che oggi buona parte dell’umanità – compresa quella che vive nel nostro paese – sia invece “affamata e disperata”. I confini geopolitici della precarietà, dell’ingiustizia e dell’oppressione sono diventati molto più labili. Così “cuore pensante” del lager non è più solo il missionario, che con la sua comunità vive nel formicaio di una bidonville, o nel dimenticatoio di una campagna semiarida, o nel guscio di una foresta irraggiungibile. Cuore pensante oggi lo devo essere anch’io, che vivo ore e ore al tavolo di studio; e anche tu, che magari sogni ogni giorno la missione attraverso lo schermo del pc con cui mandi di continuo e-mail in tutto il mondo. Non c’è più un reticolato oltre il quale comincia il lager. Non puoi più dire: ho varcato il confine, da oggi comincio a essere un cuore pensante per questi poveretti disperati. La missione è ovunque, perché la disperazione non risparmia nessuno. La missione non è più affare da specialisti, da avanguardie della Chiesa. Accogliere, abbracciare, consolare, cercare i segni, lottare, resistere, lasciarsi umiliare, ricominciare ogni giorno come se fosse l’ultimo. E tutto questo farlo insieme a chi è più disperato di me. Questo è lo stile non solo della missione, ma di tutta la Chiesa in questo tempo di tenebre che faticosamente si aprono alla luce.

a cura di Mario Menin

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LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE: UN COMPITO DELLE CHIESE LOCALI
L’anno scorso Papa Benedetto XVI ha creato un nuovo dicastero per la nuova evangelizzazione dei paesi in via di scristianizzazione. Che cosa significa questa neonata istituzione per il tradizionale discorso missionario ad gentes?

Mi è capitato recentemente di ragionare su questo tema nell’assemblea nazionale dei nostri amici comboniani. Ci siamo trovati d’accordo nel ritenere che si tratta di una scelta che si fonda su un pensiero vecchio e, filosoficamente parlando, molto discutibile: la secolarizzazione sta desertificando il senso religioso dell’uomo europeo e per fare ciò si avvale della forza di seduzione del pensiero scientifico e della razionalità tecnologica. Questa lettura reazionaria della cultura europea post-moderna nega il valore del pluralismo e non riconosce come segni dei tempi i fermenti di risveglio etico, sociale e religioso che si registrano da molte parti nel nostro continente. Sembra che stia tornando in auge il vecchio extra ecclesiam nulla salus, quando invece la teologia del Vaticano II ha dilatato i confini della salvezza fino a comprendere le altre religioni e tutta l’umanità dei buoni e dei giusti. Lei mi chiede se questa istituzione cambia l’idea conciliare di missione. Purtroppo sì, e la cambia di parecchio. In nome di una situazione di eccezione – l’inarrestabile secolarizzazione dell’Europa – la curia vaticana arroga a sé un compito che il Concilio affida alle Chiese locali e in subordine alle conferenze episcopali nazionali: l’inculturazione della fede in vista di un rinnovato slancio di evangelizzazione. Varsavia non è Parigi. Stoccarda non è Milano. E Vienna non è Dublino. Nonostante la globalizzazione galoppante, le culture europee restano diverse e così anche le tradizioni religiose, perché il mercato globale e la comunicazione planetaria non riescono a cancellare la storia e le sofferenze dei nostri popoli. Centralizzando l’evangelizzazione in Vaticano per fare fronte contro la scristianizzazione dell’Europa, si rischia di ragionare in un’ottica globalizzatrice che appiattisce le differenze culturali e religiose. Poi si sfiduciano le Chiese locali, esonerandole da uno sforzo di testimonianza che – pur tra alti e bassi – le ha sempre viste capaci di scelte profetiche e di strategie ardite. Si ricorda la “cattedra dei non credenti” istituita dall’arcivescovo Martini a Milano? E i progetti di molte diocesi francesi per animare cristianamente gli ambienti di vita (scuola, fabbrica e quartiere)? Non vorrei che questa ecclesiologia centralista nascondesse due derive pericolose per la Chiesa cattolica. La prima consiste nel pensare che la mediazione medievale tra Vangelo e cultura, la quale ha dato vita all’idea di christianitas – ovvero, la società esiste e resiste se e finché le sue radici sono cristiane – sia il modello a cui si deve ispirare ogni altra inculturazione del Vangelo. In questo quadro si tenterà di ripristinare il modello controriformista dell’evangelizzazione come trasmissione di una religione che è anche indissolubilmente legata a una certa cultura: quella europea. Si tornerà all’evangelizzazione come implantatio ecclesiae e si abbandonerà l’idea di un ascolto accogliente e benevolo dei semi del Verbo presenti nelle altre culture. Se passerà questo modello, molte chiese di altri continenti e molti istituti missionari dovranno rivedere il loro metodo pastorale e privilegiare i sacramenti e il catechismo sulla testimonianza e sul primato dei poveri. La seconda deriva si chiama religione civile. Se in Europa la Chiesa evangelizzatrice si confonde sempre più con la Santa Sede, sarà inevitabile che la questione culturale diventi anche politica, educativa, sociale. In poche parole, gli indici per misurare l’efficacia dei progetti di ricristianizzazione del vecchio continente diventeranno il credito che il Vaticano – come rappresentante delle diocesi cattoliche europee – sarà capace di ottenere dagli stati nazionali e dalla Ue. Lo farà negoziando riconoscimenti per scuole e Università cattoliche, ecc.,  in cambio di una leale fedeltà al presidente di turno. In Italia conosciamo molto bene i fasti e i nefasti di questo patto di mutuo soccorso tra Chiesa e politica, che sfocia di continuo in collateralismi sempre più imbarazzanti.

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